Leggerezza. Rapidità. Esattezza. E la tempra di Che Guevara

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di Atro Reiter

Sembra proprio che sulla scrivania di Ben Fountain ci fosse una copia delle Lezioni americane.

Ma forse, più semplicemente, il carattere visionario dell’indagine letteraria di Italo Calvino seppe ben centrare il percorso che la narrativa del nuovo millennio avrebbe intrapreso. Leggerezza. Rapidità. Esattezza. Sono solo alcuni tra gli ingredienti che la voce dello scrittore americano offre in pasto ai lettori.

Facciamo un esempio. Scriveva Calvino nella terza conferenza: «Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose: 1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; 2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, “icastico”, dal greco εικαστικός; 3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione».

I racconti di Fountain hanno questo pregio della precisione, della leggerezza con la quale l’autore immette subito il lettore nell’atmosfera della storia, attraverso un linguaggio “preciso” che non lascia spazio a dubbi o approssimazioni. Il disegno dell’opera è “ben calcolato”, unitario, deciso, con solo l’ultimo dei racconti, Fantasia per undici dita, a divergere per l’ambientazione europea, ma non per l’uniformità di tema.

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Pochi tratti e siamo immersi nelle atmosfere Haitiane:

«Spesso, la sera, dopo le sue ronde, Mason portava la scacchiera fino a Champ de Mars e aspettava per giocare una partita su una delle panche di cemento. Come gesto di solidarietà, aveva scelto di abitare a Pacot, lo sporco quartiere piccolo borghese nel cuore di Port-au-Prince, mentre la maggior parte dei suoi colleghi osservatori dell’organizzazione degli Stati Americani, l’OAS, aveva preso casa nell’elegante sobborgo di Pentionville» (Rêve Haitien).

Sporco quartiere – elegante sobborgo, una panca di cemento. Una semplice dicotomia sfumata nella precisione della parola. È così che Fountain fa parlare il racconto. Non interviene direttamente nella materia narrata (ma questo un’altra volta). Non esprime giudizi morali sui suoi personaggi, o sulle cose descritte, pur essendo questi ultimi chiamati a scelte difficili, scelte che si fondano esattamente su problemi di natura morale. A sorreggere quello sguardo lucido c’è la sua ironia, che si mostra a volte in piccoli gioielli, come il ritratto del Myanmar fatto col sorriso sulla labbra:

 

«Non era il posto più politicamente corretto che esistesse, era sulla lista nera di tutti in quanto a diritti umani e produceva la maggior parte dell’eroina mondiale. Era il classico caso disperato del Terzo Mondo, completo di signori della droga e della guerra, di povertà estrema e di un regime che a confronto i cinesi sembravano spensierati; non mancava un’autentica santa martire tenuta agli arresti domiciliari, l’affascinante vincitrice del premio Nobel per la Pace – la signora non so come. Un altro aspetto di questo paese era la passione che i suoi generali nutrivano per il golf» (Tiger Grous).

Questo lungo indiretto libero (Aung San Suu Kyi è nominata soltanto qualche pagina dopo dal narratore) è messo in bocca a un burocrate mentre tenta di convincere un ormai indebitato campione di golf a intraprendere una lunga campagna di sponsorizzazione nel Myanmar. Così facendo Fountain filtra i suoi giudizi attraverso il meccanismo narrativo. E il protagonista Sonny Grous cavalcherà l’onda dell’incoerente globalizzazione con la quale il capitalismo preferisce alimentare vane illusioni anziché costruire solide realtà.

 

Quasi tutti i protagonisti lottano tra il bene e il male, che non è nascosto. Fountain lo mostra nelle descrizioni realistiche del Terzo Mondo che ospita le sue storie, nell’incalzante dilemma che coglie i suoi personaggi alle prese con scelte difficili, nella costante riflessione su dio e il diavolo:

«Sai, Syto, non credo che sia stato il diavolo a tentare Gesù. Non credo affatto che il diavolo sia stato con Lui nel deserto in quei quaranta giorni. Gesù era solo con se stesso, oui. Non c’era nessuno a tentarlo al di fuori di Se Stesso» (Bouki e la cocaina);

« Sai, Gustavo, qui ho imparato qualcosa di molto interessante, non pensavo che Dio e il Demonio vivessero così a stretto contatto. Sono vicini, le loro case si trovano proprio l’una accanto all’altra e a volte, quando sono seduti senza far niente, giocano a carte, giusto per passare il tempo. Ma non scommettono mai soldi – in fondo che valore avrebbero per loro i soldi? No, a loro interessano solo le anime, le anime di tutti questi peccatori che vagano sulla Terra. È su di noi che scommettono quando si siedono a giocare a carte» (Fugaci incontri con Che Guevara).

Sono autentiche riflessioni morali che Fountain incastona tra le pieghe di un racconto, un modo per indicarci la strada verso una ferma presa di coscienza, un suggerimento per illuminare la genesi di un suo personaggio, la parabola della storia che sta raccontando.

Infine, con l’ultimo racconto, Fantasia per undici dita, è come se l’autore americano abbia voluto regalarci un ulteriore indizio del suo legame con la cultura europea. Bisogna leggerlo, però, per farsi affascinare dal suo ritmo incalzante. E qui Fountain sembra mimare quelle biografie immaginarie d’artisti che fecero scuola alla fine del diciannovesimo secolo, seguendo le tracce di maestri d’eccezione quali Pater e Schwob. Anche qui la scelta è di quelle importanti, che decide di una vita. È  qui che l’emozione della lettura si trasforma definitivamente in musica.

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