Haiti, è presto per dimenticare

Haitians Line Up for UN-Distributed Fooddi Paola Ghinelli www.paolaghinelli.net

I telegiornali ci mostrano immagini drammatiche di Haiti. Immagini di morte, ma anche immagini di vita nelle quali a volte ai bambini feriti nel corpo e nell’anima sfugge un sorriso alla vista della telecamera. Come decifrare queste immagini però, senza sapere nulla di Haiti? In Europa, e in Italia in particolare, non si parla quasi mai di questa mezza isola, se non in occasione di grandi catastrofi naturali o politiche. Certo, Haiti ha avuto una storia tormentata, e invito chi legge a documentarsi a questo proposito per poter meglio comprendere l’attualità. Vale la pena però di parlare qui della forza del popolo haitiano, forza dimostrata non solo dalle numerosissime produzioni artistiche di qualità in ambito musicale, letterario, pittorico, ma anche dalle scelte politiche di questo popolo, che da sempre ha subito dominazioni di ogni tipo, e da sempre si è ribellato, vincendo anche nel 1804 (forse unico caso al mondo, di certo il primo) i colonizzatori francesi con una rivoluzione vittoriosa.

Anche la scelta del presidente attualmente in carica, René Préval, eletto nel 2006, ha dimostrato volontà e determinazione da parte del popolo haitiano, per diversi motivi. Per cominciare, le elezioni del 2006 si sono svolte in modo democratico nonostante le esperienze di violenze e di dittatura molto recenti per il paese. Inoltre, Préval è stato scelto dal popolo in una rosa di una trentina di candidati tra cui noti mandanti di omicidi illustri e fantocci sostenuti dalla CIA. Insomma, Préval, che certo ha i suoi limiti politici, è comunque il frutto di una certa maturità elettorale, e la dimostrazione del fatto che il popolo haitiano desidera far progredire il paese, possibilmente riducendo al minimo le ingerenze straniere.

Oggi però il terremoto ha portato a uno stato d’emergenza difficilmente descrivibile. Le istituzioni, il governo, la protezione civile sono assenti. Gli stessi agenti dell’ordine locali non sono visibili, i commissariati sono in rovina. Al di là delle emergenze legate al terremoto, di cui qualche notizia ci giunge e sulle quali non mi dilungherò, la popolazione –anche quella incolume- si sente tre volte insicura, perché un paese povero segnato da una catastrofe di questa portata è più esposto ad abusi e arbitri, perché non si ha modo di proteggersi rivolgendosi alle forze dell’ordine e soprattutto perché si teme che la comunità internazionale si sostituisca alle istituzioni locali nel governo del paese. Quest’ultimo timore è largamente fondato dai decenni (oramai si può parlare di secoli) di politica statunitense aggressiva, e più generalmente, dai secoli di dominazione straniera che con grande sacrificio Haiti è sempre riuscita a scrollarsi di dosso.

Soprattutto, questi timori sono giustificati dall’eccessiva militarizzazione dei cosiddetti aiuti e dalle discutibili scelte organizzative: oggi, a una settimana (per chi scrive) dal terremoto ci sono ancora quartieri di Port-au-Prince come ad esempio Carrefour, periferico ma non troppo, dove gli aiuti non sono mai arrivati, i pasti e l’acqua non sono stati distribuiti e soprattutto nessun tipo di macchina ha mai scavato tra le macerie per salvare gli eventuali superstiti. Chi poteva ha scavato con le mani. Anche i media europei hanno diffuso la notizia che molti degli aiuti provenienti dall’estero sono bloccati in aeroporto o sono stati deviati verso Santo Domingo.

Haiti però, come dicevo, resiste, e in questo momento vige quasi ovunque una solidarietà di quartiere in netto contrasto con l’immagine data dai media stranieri di violenza dei più forti sui più deboli. Se molti haitiani si sono organizzati per sfamare e dissetare i vicini meno fortunati, questo non significa che le immagini di risse ai piedi degli elicotteri militari che lanciano cibo non siano veritiere. Ma il lancio dal cielo, proprio dei paesi in guerra invasi da eserciti stranieri, era davvero la migliore soluzione per soccorrere Haiti? Analogamente, gli episodi di violenza e sciacallaggio sono innegabili, ma è innegabile anche la grande dignità e operatività degli haitiani. Le fonti mediatiche locali insistono molto sui piccoli successi quotidiani, come ad esempio sul fatto che da un paio di giorni le due o tre farmacie che sono rimaste in piedi hanno riaperto i battenti.

C’è da augurarsi che questo atteggiamento risoluto davanti alla devastazione sia un esempio per ognuno, in primis sul piano umano. Che la prospettiva degli haitiani sulla catastrofe ci sia di monito per aiutare, sì, ma nel modo giusto. Che tutto questo coraggio serva anche a non rendere Haiti una sorta di effimera moda dell’elemosina ma a imprimerla nelle nostre menti per non dimenticare i feriti, i malati, le donne incinte, i bambini e tutto un popolo che avrà bisogno di essere aiutato a rialzarsi per riprendere a camminare da solo.

restare aggiornato grazie alRSS 2.0 feed.
Puoilasciare un commento, or trackback dal tuo sito.

Lascia una replica