Archivio

Archivio per la categoria ‘Laboratorio lettura e scrittura’

Fare e disfare: note su un laboratorio di lettura e scrittura

Torna a www.edizionispartaco.it

di Paolo Graziano

Certe volte un laboratorio di scrittura può riservarti delle sorprese. Cominci con il tuo piccolo bagaglio di pregiudizi, appronti un programma ordinato di letture e ti ritrovi a saltare di palo in frasca, da Carver al Talmud; ti aspetti di incontrare qualche grafomane velleitario e invece discuti, sera dopo sera, con persone intense e appassionate. Prosegui la lettura »

Invito alla scrittura 1 …si scrive ogni volta per qualcuno…

Torna a www.edizionispartaco.it

CONFESSIONI

di Stefano di Stasio 

Di Sant’Agostino viene spesso riportata la metafora del ragazzino che, sulla spiaggia, scava una buca e con una conchiglia riversa l’acqua del mare in essa. Il dottore della chiesa passeggia immerso nelle sue meditazioni e scorge il bambino. Con tenerezza gli rivolge la domanda:

“Piccolo, che gioco stai facendo?”

“Voglio trasferire tutta l’acqua del mare in questa buca”

E Agostino:

“Come puoi pensare di racchiudere tutta l’acqua del mare sconfinato in una piccola buca?”

“E tu” risponde con un sorriso innocente il bambino, senza interrompere il suo lavoro “E tu come puoi pensare di comprendere Dio con la tua mente?”.

A volte mi sorprendo a riflettere. La forza e l’energia dell’uomo non mi sembrano provenire né dalla ricchezza, né dagli onori, né dagli averi. Piuttosto, mi appaiono discendere da entità immateriali in grado di decifrare, stimolare e estrudere dall’animo umano delle capacità inaspettate e inesauribili. L’angoscia dell’esistenza nasce dalla paura della morte. Con essa ci siamo confrontati ogni qual volta abbiamo perso una persona cara. Osserviamo i confini di quel corpo inanimato con il quale avevamo parlato, sorriso, scambiato affetto e tenerezza. E che cosa vediamo? Il colorito giallastro, gli occhi chiusi, l’assenza di respiro. Eppure quella persona è ancora nella nostra mente, ci parla, ci ascolta. Ci tiene compagnia, di notte quando siamo alla guida della nostra sgangherata esistenza, schiaffeggiata dalla tempesta della vita.

Guardo gli addetti alle pompe funebri. Qualcuno con imbarazzo, altri con malcelata fretta ci dicono che devono sigillare la cassa. La reazione dei parenti della defunta sono di disappunto. Sigillare la cassa? È ancora viva. Nonna dove ti vogliono rinchiudere? Comincia a spalmare la pasta argentata sul bordo della lamiera di zinco. Poi fa per accendere un piccolo bruciatore a gas. L’accendino non gli funziona. Impreca a denti stretti. Cerca un altro accendino, è difficile, qui nessuno fuma quasi più, il fumo danneggia le arterie e invecchia la pelle. Spunta finalmente un altro accendino. Riesce a dare fuoco al gas del cannello.

Piano piano, comincia a girare attorno al morto. Che buffo, mi ricordo del funerale indù là sui ghat in riva al fiume a Paschiupatinat. Anche in quel caso, l’addetto faceva dei giri attorno alla salma. Però quella volta i cadavere era quello di un uomo, adagiato su una catasta di legna. L’officiante gli aveva versato del liquido in bocca e ora girava attorno alla pira recitando preghiere.

Il nostro operaio delle pompe funebri invece smadonna e sbuffa, perché la saldatura non gli sta venendo bene. Sopraggiunge un collega. Lo aiuta, gli mostra come spalmare la pasta e a che distanza tenere il cannello. La cerimonia si conclude. Di sopra alla cassa di zinco viene avvitata la parete di legno massiccio che chiude la bara. Andiamo via. Il lavoro di questo uomini è finito. Adesso è il turno dei muratori.

Sul ghat l’addetto ha dato fuoco alla pira. Impastano la calce, prendono le misure della bara. È più alta della nicchia dove deve essere rinchiusa. Con uno scalpello rompono i calcinacci per poterla adattare alla buca. Le fiamme si alzano avvolgono completamente il cadavere consumando velocemente i tessuti. Il morto era ricco la legna è di buona qualità, il cadavere si consumerà presto e il funerale durerà di meno.

Finalmente le misure corrispondono, adesso il problema è infilare la bara nello spazio angusto. I muratori si dispongono per sollevarla, si danno parole di intesa. Ce l’hanno fatta. Dispongono dei mattoni forati davanti alla bara per sigillare il loculo.

L’addetto prende una grossa asta e rivolta il cadavere per far consumare le ossa del bacino che sono le più resistenti al fuoco. Lo scheletro si spezza a metà. Il teschio finisce sui piedi. Il fuoco continua la sua opera di purificazione. Creazione e distruzione. Pashiupatinat, il tempio degli esseri viventi. Il Samsara, il cerchio delle reincarnazioni.

Con la cazzuola spalmano il calcestruzzo sui mattoni. Hanno mani esperte. In breve, tutta la parete di mattoni forati viene ricoperta di uno strato spesso. Si tratta ora di risollevare la lapide di marmo. Come pesa!

Il fuoco della pira si sta abbassando lentamente. Fra i carboni che ardono quasi non si distinguono più i frammenti di ossa. L’addetto ogni tanto rimesta la brace per ravvivare la fiamma.

Forza alziamo questa lastra di marmo, via su. Fissiamola con i bulloni. C’è scritto il nome ma male. Bisognerà smontare di nuovo la lastra nei prossimi giorni, ma senza fretta.

In riva al fiume, la cremazione è conclusa. Bisognerà spazzare le ceneri nell’acqua che scorre, ma senza fretta.

È tutto chiaro, ora. Le parole scritte sono strumenti di esorcismo. Scacciano la morte, in silenzio.

 

© Stefano di Stasio / Invito alla scrittura / Prima lezione

Torna a www.edizionispartaco.it