Leggerezza. Rapidità. Esattezza. E la tempra di Che Guevara

torna a www.edizionispartaco.it

di Atro Reiter

Sembra proprio che sulla scrivania di Ben Fountain ci fosse una copia delle Lezioni americane.

Ma forse, più semplicemente, il carattere visionario dell’indagine letteraria di Italo Calvino seppe ben centrare il percorso che la narrativa del nuovo millennio avrebbe intrapreso. Leggerezza. Rapidità. Esattezza. Sono solo alcuni tra gli ingredienti che la voce dello scrittore americano offre in pasto ai lettori.

Facciamo un esempio. Scriveva Calvino nella terza conferenza: «Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose: 1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; 2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, “icastico”, dal greco εικαστικός; 3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione».

I racconti di Fountain hanno questo pregio della precisione, della leggerezza con la quale l’autore immette subito il lettore nell’atmosfera della storia, attraverso un linguaggio “preciso” che non lascia spazio a dubbi o approssimazioni. Il disegno dell’opera è “ben calcolato”, unitario, deciso, con solo l’ultimo dei racconti, Fantasia per undici dita, a divergere per l’ambientazione europea, ma non per l’uniformità di tema.

Per leggere tutta la recensione clicca a sinistra spartacomagazine o vai a www.spartacomagazine.com

Pochi tratti e siamo immersi nelle atmosfere Haitiane:

«Spesso, la sera, dopo le sue ronde, Mason portava la scacchiera fino a Champ de Mars e aspettava per giocare una partita su una delle panche di cemento. Come gesto di solidarietà, aveva scelto di abitare a Pacot, lo sporco quartiere piccolo borghese nel cuore di Port-au-Prince, mentre la maggior parte dei suoi colleghi osservatori dell’organizzazione degli Stati Americani, l’OAS, aveva preso casa nell’elegante sobborgo di Pentionville» (Rêve Haitien).

Sporco quartiere – elegante sobborgo, una panca di cemento. Una semplice dicotomia sfumata nella precisione della parola. È così che Fountain fa parlare il racconto. Non interviene direttamente nella materia narrata (ma questo un’altra volta). Non esprime giudizi morali sui suoi personaggi, o sulle cose descritte, pur essendo questi ultimi chiamati a scelte difficili, scelte che si fondano esattamente su problemi di natura morale. A sorreggere quello sguardo lucido c’è la sua ironia, che si mostra a volte in piccoli gioielli, come il ritratto del Myanmar fatto col sorriso sulla labbra:

 

«Non era il posto più politicamente corretto che esistesse, era sulla lista nera di tutti in quanto a diritti umani e produceva la maggior parte dell’eroina mondiale. Era il classico caso disperato del Terzo Mondo, completo di signori della droga e della guerra, di povertà estrema e di un regime che a confronto i cinesi sembravano spensierati; non mancava un’autentica santa martire tenuta agli arresti domiciliari, l’affascinante vincitrice del premio Nobel per la Pace – la signora non so come. Un altro aspetto di questo paese era la passione che i suoi generali nutrivano per il golf» (Tiger Grous).

Questo lungo indiretto libero (Aung San Suu Kyi è nominata soltanto qualche pagina dopo dal narratore) è messo in bocca a un burocrate mentre tenta di convincere un ormai indebitato campione di golf a intraprendere una lunga campagna di sponsorizzazione nel Myanmar. Così facendo Fountain filtra i suoi giudizi attraverso il meccanismo narrativo. E il protagonista Sonny Grous cavalcherà l’onda dell’incoerente globalizzazione con la quale il capitalismo preferisce alimentare vane illusioni anziché costruire solide realtà.

 

Quasi tutti i protagonisti lottano tra il bene e il male, che non è nascosto. Fountain lo mostra nelle descrizioni realistiche del Terzo Mondo che ospita le sue storie, nell’incalzante dilemma che coglie i suoi personaggi alle prese con scelte difficili, nella costante riflessione su dio e il diavolo:

«Sai, Syto, non credo che sia stato il diavolo a tentare Gesù. Non credo affatto che il diavolo sia stato con Lui nel deserto in quei quaranta giorni. Gesù era solo con se stesso, oui. Non c’era nessuno a tentarlo al di fuori di Se Stesso» (Bouki e la cocaina);

« Sai, Gustavo, qui ho imparato qualcosa di molto interessante, non pensavo che Dio e il Demonio vivessero così a stretto contatto. Sono vicini, le loro case si trovano proprio l’una accanto all’altra e a volte, quando sono seduti senza far niente, giocano a carte, giusto per passare il tempo. Ma non scommettono mai soldi – in fondo che valore avrebbero per loro i soldi? No, a loro interessano solo le anime, le anime di tutti questi peccatori che vagano sulla Terra. È su di noi che scommettono quando si siedono a giocare a carte» (Fugaci incontri con Che Guevara).

Sono autentiche riflessioni morali che Fountain incastona tra le pieghe di un racconto, un modo per indicarci la strada verso una ferma presa di coscienza, un suggerimento per illuminare la genesi di un suo personaggio, la parabola della storia che sta raccontando.

Infine, con l’ultimo racconto, Fantasia per undici dita, è come se l’autore americano abbia voluto regalarci un ulteriore indizio del suo legame con la cultura europea. Bisogna leggerlo, però, per farsi affascinare dal suo ritmo incalzante. E qui Fountain sembra mimare quelle biografie immaginarie d’artisti che fecero scuola alla fine del diciannovesimo secolo, seguendo le tracce di maestri d’eccezione quali Pater e Schwob. Anche qui la scelta è di quelle importanti, che decide di una vita. È  qui che l’emozione della lettura si trasforma definitivamente in musica.

torna a www.edizionispartaco.it

Sulle tracce di Fenoglio per riscrivere la storia del partigiano Lupo

torna a www.edizionispartaco.it

di Atro Reiter

Il tic di un ricordo. La vicinanza di un’esperienza vissuta nel profondo. L’attenzione alle sorti d’Italia, per dare voce a un discorso che non andava lasciato perso nel nulla del chiacchiericcio quotidiano.

copertina invitoÈ da qui che prende l’avvio il romanzo Ho una storia per te di Attilio Coco, da questa straordinaria rivisitazione della Resistenza, attraverso l’intrecciarsi quasi necessario della Storia nazionale a una storia individuale. La storia di un ex partigiano che insegue la propria catarsi e quella di uno scrittore in cerca di una storia.

Le loro vicende si uniscono mediante una semplice struttura narrativa, coinvolgente e necessaria, quanto basta perché un’amicizia si trasformi in un’intensa recherche (per citare un autore caro allo scrittore lucano) interiore e romanzesca.

Un omicidio, un agguato, nato dopo una sottile parabola di vita: due genitori attenti che crescono un figlio senza imporgli la loro personale visione politica, visione che Duilio Foresti adotterà da solo, prendendo coscienza dell’assurdità del regime fascista. Uno sparo. Solo in quello Duilio non si riconoscerà più, solo a quello, nello sforzo fatto per cancellare quel dolore, guarderà per riformulare la propria esistenza, tesserne nuovamente un senso.

L’incontro con lo scrittore Pietro Mattei, giovane appassionato di letteratura è fulminante e costruttivo. Alla fine del percorso ritroveremo lo scrittore, onnivoro di letteratura partigiana, sperimentare dentro sé i fantasmi e le volontà del vecchio combattente, nome di battaglia Lupo.

Fonti di questo lavoro sono Fenoglio nella genesi storica, e sicuramente Calvino, in quelle inattese rivelazioni di confessione nostalgica dell’esperienza partigiana che appartengono a Duilio. E, nella scrittura piana ma riflessiva, nello stile cinematografico, secco e appassionato, Moravia sembra aver dettato quel particolare tono teso tra la moderazione e il pathos.

Riavvolgere i fili della memoria, e di questa memoria fatta di sangue e lacrime, non è mai facile. Un’afa opprimente avvolge infatti tutto il romanzo attenuandosi solo nella pioggia del finale che si lega alla morte, purificazione essenziale dell’intero percorso interiore di ciascun personaggio.

Un romanzo da leggere a piccoli sorsi, come un bicchiere di Aglianico del Vulture, forte, dall’intenso colore rubino.

 

“Ho una storia per te” di Attilio Coco concorre a “Libro del mese Fahrenheit”: votalo inviando un’e-mail all’indirizzo fahre@rai.it con all’oggetto “libro del mese” e nel testo “Voto Ho una storia per te di Attilio Coco (Edizioni Spartaco).

torna a www.edizionispartaco.it

Tra le pagine di Spartaco alla Fiera di Roma

torna a www.edizionispartaco.it

di Atro Reiter

Chi si avvicina senza un’idea precisa, chi con un foglio segnato dai titoli, nell’andirivieni di persone e personaggi. Chi tre, chi quattro, chi uno, chi alcun libro preferisce o sceglie. Chi aveva seguito il destino di un’autrice (Maggie Gee) e osanna la fiera che le permette di ottenere il sogno sperato. Chi si complimenta con la linea editoriale o racconta aneddoti sugli autori ben conosciuti dei quali scopre un titolo inatteso (R.L. Stevenson).

Questi sono alcuni tra i volti, i modi, le attenzioni dei lettori, delle lettrici della Spartaco.

Queste le più fresche emozioni della fiera.

Conoscere i turbamenti degli altri, di chi alla fiera partecipa per osservare, vedere, scrutare il mondo non sempre coerente, non sempre facile, ma sempre affascinante della letteratura, dell’industria culturale e delle sue divagazioni.

Queste le più fresche emozioni della fiera: un Hallelujah devastante e dialettico.

E poi le emozioni degli autori, occhi tesi agli sguardi degli altri, sensibili all’indice di vendita, ma soprattutto alle parole di chi condivide le proprie sensazioni, magari nascoste dietro un velo d’incanto, dietro un ricordo, ma di quelli che possano unire destini, congiungere mani che armonizzano tasti o vecchie penne a occhi che rincorrono parole e tentano di viverne il senso, nel buio o nella luce della vita. Occhi di autori contenti di parlare dei propri pensieri, dei propri tentennamenti, delle proprie personali epifanie. E chitarre, brindisi, aperitivi, incontri, ansie, occhi lucidi della gioia partecipata o immaginata.

E poi… a casa… non si aspetta la fine, perché in fondo una fine non c’è … e si sa, si spera che le parole siano state diamanti o quantomeno mattoni, pietre angolari d’una splendida cattedrale di gioia, di refusi corretti, di nostalgia.

torna a www.edizionispartaco.it

Dal libro alla vita: l’incontro con Edoardo

di Tiziana Di Monaco

Non per niente la madre delle muse è memoria. Quest’anno alla fiera di Roma “Più Libri più Liberi” ho fatto un incontro che non dimenticherò. Ho conosciuto Edoardo, che è uno dei protagonisti del libro di Attilio Coco, Ho una storia per te. Anzi, Edoardo è di più, è una delle fonti di ispirazione del romanzo. Con semplicità, con uno sguardo che ha catturato il mio dall’inizio alla fine della nostra chiacchierata, mi ha raccontato la sua, di storia. Una vicenda ambientata nel ’44 proprio come nel libro di Coco, e che ha a che fare con un’imboscata da parte dei partigiani. A cadere, nella vita vera, quella di Edoardo, è stato suo padre carabiniere, che nelle pagine di Coco è il maresciallo Biagianti. E, mentre eravamo a Roma ed Edoardo parlava, riconoscevo in quell’uomo dagli occhi ipnotici il personaggio descritto sulla carta dallo scrittore. Lui non ha mai conosciuto l’assassino di suo padre, anche se è certo di essere stato sulla strada giusta che lo avrebbe portato a quell’incontro durante una festa dell’Unità, circostanza riportata anche nel libro. Nella vita vera, non solo in un libro, può accadere che il figlio di un carabiniere ucciso dai partigiani condivida poi le ragioni della Resistenza e che questo non tolga nulla, ma proprio nulla, al suo dolore e alla sua dignità. Sono grata ad Attilio Coco perché non ha lasciato andare la storia di Edoardo, l’ha raccolta, l’ha raccontata e ha saputo immaginare un finale per niente scontato. Gli sono grata per l’incontro con Edoardo.

In ricordo di Augusto Masetti, “Il soldato che disse no alla guerra”

Il 30 ottobre 1911, Augusto Masetti manifestò il suo rifiuto a partecipare alla guerra contro la Turchia e all’invasione della Libia, sparando contro un ufficiale nella caserma Cialdini a Bologna. Il tentativo da parte delle autorità militari e politiche fu di depotenziare e neutralizzare l’accaduto, trasformandolo da gesto di rivolta politica ed esistenziale a semplice manifestazione di disturbi mentali e psichici, condannando così Masetti a lunghi anni di detenzione nei manicomi criminali. Nel centenario degli avvenimenti, il Circolo Anarchico Berneri di Bologna rievoca questo episodio senza alcun intento celebrativo ma, a partire dall’approfondimento della vicenda, per cercare di capire le ragioni e le modalità della guerra coloniale e le condizioni per un suo rifiuto. Tra i relatori della Giornata di studio vi è anche Laura De Marco, autrice del saggio “Il soldato che disse no alla guerra. Storia dell’anarchico Augusto Masetti (1888-1966)” (ed. Spartaco). L\’appuntamento è per domenica 30 ottobre 2011, a partire dalle 9.30, nella Sala del Baraccano via Santo Stefano 119 a Bologna.

http://circoloberneri.indivia.net/iniziative/giornata-di-studi-su-augusto-masetti-e-linvasione-della-libia

http://www.edizionispartaco.it/detail.php?id=33

Storie incomplete

torna a www.edizionispartaco.it

Joanne Finney dialoga con lo scrittore inglese Alex Wheatle, autore di “L’erba nera. Vita e morte a est di Acre Lane” e di “Tranquillo, fratello!” (traduz. Francesca Orlati).

Alex_Wheatle_foto 

Come hai iniziato a scrivere?

Non avevo mai pensato di fare lo scrittore quando ero un ragazzo. Durante la mia giovinezza scellerata sono stato un dj, membro di un sound system che si chiamava Crucial Rocker. Non si sa come, ero diventato quello che scriveva i ritornelli e le rime da cantare sopra la musica. È qui che per la prima volta ho iniziato a pensare alle parole. Alla fine mi sono ritrovato con dei taccuini pieni zeppi di versi. Quando a Brixton sono esplose le esibizioni di poesia, agli inizi degli anni ’90, ho iniziato anch’io. C’era un locale su Acre Lane che si chiamava The Brixton Brasserie (l’attuale Z Bar) e un venerdì al mese ci facevano un Poetry Jam. Avevano dei poeti già affermati, poi c’era un’ora libera in cui chiunque poteva alzarsi e recitare la sua roba. All’inizio ero rimasto a  guardare e poi, dopo un po’, ho fatto quel passo e mi sono alzato a leggere le mie cose. È così che ho imparato il mio mestiere. È stato un po’ uno shock esibirsi di fronte a delle persone che erano lì per ascoltare me piuttosto che la musica, ma mi è piaciuto moltissimo. Quando quel periodo della mia vita è finito, avevo ancora il desiderio di metter giù su carta quello che avevo in mente e che provavo.

Perché hai scritto il tuo primo romanzo?

Sono stato ispirato dalle esperienze che ho vissuto da bambino e da adolescente, cresciuto negli orfanotrofi, e da quello che stava accadendo nella mia vita e in quella dei miei amici. C’erano storie che valeva la pena raccontare e dovevo far conoscere la mia. Avevo l’impressione che non ci fossero molti libri che mi dicessero qualcosa o parlassero delle mie esperienze. In quel periodo leggevo molto gli autori del Rinascimento di Harlem, come James Weldon Johnson, perché non trovavo nessun autore inglese moderno al quale potessi far riferimento, e c’era qualcosa che non andava in questo. Quando ho iniziato a scrivere non avevo sul serio in mente di pubblicare. È stato solo quando i miei amici mi hanno detto che c’era qualcosa di buono che l’ho preso in considerazione.

Il tuo lavoro viene definito scrittura working-class, piuttosto che black-urban. Sei d’accordo?

Assolutamente sì. Io scrivo dal punto di vista delle persone comuni per strada. Nel libro, Jah Nelson dice che “il classismo e l’elitarismo in questo paese sono molto più pericolosi del razzismo”. Questa è una cosa di cui sono fermamente convinto, la voce di Jah Nelson è la mia. Penso ancora che ci sia una forte divisione nel Regno Unito tra chi ha qualcosa e chi no.

Jah Nelson è come un mentore per Biscuit. Chi ti ha influenzato quando eri un adolescente?

Quando ero ancora in un’età influenzabile ho trascorso parecchio tempo con i rasta. Mi hanno dato dei buoni consigli su come funziona la vita e un orgoglio reale come bagaglio.

Brixton agli inizi degli anni ’80 rivive molto nel tuo romanzo. Come hai condotto ricerche per il libro?

In effetti non ho fatto molte ricerche, mi sono basato semplicemente sulla mia vita. Un sacco di persone che conoscevo vendevano droga per sbarcare il lunario proprio come Biscuit e i suoi amici e hanno partecipato agli scontri. Molte di queste cose erano ancora vive nella mia memoria. Anche trascorrere del tempo con altre persone che erano là mi ha aiutato. Una sera ho invitato da me alcuni amici dell’epoca e ho registrato i loro ricordi sull’essere adolescenti a Brixton.

Come i club che frequentano Biscuit e la sua cricca, East of Acre Lane (titolo originale del libro “L’erba nera”) palpita di musica. Riusciresti a immaginare di scrivere un libro senza riferimento a canzoni e versi?

La colonna sonora mi è venuta in mente quasi appena iniziato a scrivere il libro. Non solo perché amo la musica, ma perché la musica è stata fondamentale nelle mie esperienze nella Brixton dei primi anni Ottanta. Era dappertutto: sulle strade, proveniva dalle case della gente, la musica è ciò che rende Brixton così piena di vita. Penso anche che certa musica sia un collegamento veloce con un certo periodo nel tempo, e che agisca sui ricordi e sulla nostalgia delle persone.

Come trovi  sia cambiata la situazione per i brixtoniani e la zona?

La zona è cambiata molto. È molto più multi-culturale rispetto agli anni ottanta e molto è stato rimodernato. Railton Road, dove gli scontri e gran parte del libro sono ambientati e che una volta era davvero decadente, adesso è piena di wine bar! Ovviamente ci sono ancora persone che vivono con poco e problemi come droga e violenza ma lo stesso vale praticamente dappertutto. Non credo che Brixton sia ancora il ricettacolo di tutti i guai come una volta. I problemi sono in tutta Londra, persino in tutto il paese, adesso.

torna a www.edizionispartaco.it

E il cane parlante disse bang… una risata vi seppellirà sotto l’ombrellone

torna a www.edizionispartaco.it

pasi copertina solo avanti paintSe cercate un libro da mettere in valigia prima di partire per le vacanze, l’avete trovato. “E il cane parlante disse bang” è una raccolta di racconti divertenti e dissacranti. A essere seppelliti da una risata sono i must del momento, dai social network ai reality show fino ai wedding planners professionisti. Attenzione, poi, a chi si guarda troppo allo specchio perché potrebbe non riconoscersi più, e anche chi si guarda alle spalle per eccessiva cautela corre il rischio di mandare in malora la sua vita. Spesso sarcastiche, sicuramente ironiche, le storie narrate dallo scrittore di “Memorie di un sognatore abusivo” non tradiscono le aspettative e confermano la vis narrativa e l’anima più rock di Paolo Pasi. A proposito, una raccomandazione per chi abita a Milano: se vedete, in piena estate, una slitta trainata dalle renne parcheggiata in doppia fila, non allertate subito i vigili urbani e per una volta sforzatevi di credere alle favole. Chissà che a Natale non troviate una sorpresa sotto l’albero.

torna a www.edizionispartaco.it

Invito alla scrittura 2: …tracciare un profilo…

Torna a www.edizionispartaco.it

MISRATAH

di Stefano di Stasio

Mi chiamo Yussouf Al Kadr, ho 19 anni sono di Bengasi. Frequento il secondo anno di università, ingegneria meccanica. La mia famiglia prima della rivoluzione di febbraio era benestante. Mio padre è medico, mia madre ostetrica, non hanno mai sopportato Muhamar al-Gaddafi. Dicono che è un sanguinario e che sfrutta il popolo. Mio nonno Amed ripete sempre le parole di suo padre, il defunto Mohamed Al Kadr, che combatté contro l’occupazione Italiana negli anni ’30. Il tiranno di oggi è figlio degli invasori Italiani di ieri. Sul suo letto mio nonno ha un ritratto di Omar Al Mukhtar. Lo chiamavano Asad al-Ṣaḥrā “Il leone del deserto”. Era della tribù beduina dei Minifa. Aveva settanta anni quando fu impiccato davanti a ventimila persone a Soluch quella mattina del 16 Settembre 1931. Mussolini telegrafò ai giudici quando processarono Omar Al Mukhtar al palazzo littorio di Bengasi. Raccomandò di emettere una “immancabile condanna”. Fece arrestare il suo avvocato difensore d’ufficio, il capitano Roberto Lontano. Muhamar al-Gaddafi usa gli aerei per bombardare i civili, la sua gente. Ha imparato dagli Italiani che bombardarono per primi con gli aerei l’oasi di Cufra nel 1930. Usarono armi chimiche, incendiarono i villaggi. E avvelenarono i pozzi.

Finora la mia vita è stata tranquilla. Sono alto, ho la carnagione colore dei datteri e i capelli neri lisci. I miei occhi sono chiari come il mare della Sirte. Mi piacciono molto le motociclette. Infagottato nella mia kefiah, amo la carezza dell’aria bollente del deserto, mentre sfreccio sull’autostrada che da Bengasi porta a Al Maqrun. Ora quella autostrada è bloccata dalle milizie del colonnello. Ci sparano addosso con le batterie di razzi Grad. Ho deciso di aderire alla rivolta. Con altri compagni ci stiamo preparando. Non ero abituato a frequentare la marmaglia della città, quella che chiamano adẓuẓk. Anche loro mi guardano con occhi meravigliati. Perché un ricco è passato con loro? Non importa, dobbiamo combattere ora, se Dio vuole. Salperemo stasera con una piccola imbarcazione per aiutare i nostri fratelli di Misratah. Da otto settimane sono sotto assedio. I mercenari di Muhamar al-Gaddafi hanno avvelenato l’acqua e tagliato la luce. Ci sono cecchini dappertutto. Sparano su donne e bambini. Di notte fanno rastrellamenti per le case, ammazzano e mutilano i cadaveri per impressionare la gente. I feriti non riescono ad arrivare in ospedale, perché bombardano anche le ambulanze. Ma Dio è grande. Il porto di Misratah è ancora libero. Entreremo in città passando da quella parte. Ci hanno addestrato in una settimana, alcuni amici ci hanno insegnato a usare le armi. Dio è grande.

Mi chiamo Ali Ben Jalil, ho 18 anni sono di Tripoli. Sono piccolo, ho la pelle bruciata dal sole e i capelli arricciati dalla sabbia portata dal simùn. I miei occhi sono del colore dello scorpione della notte. Frequento il primo anno di ingegneria elettronica. Vengo da una famiglia povera, mio padre vende gli ortaggi al mercato aiutato da mia madre. Ho tre fratelli e due sorelle. Appena è scoppiata la rivolta la Guardia Nazionale di Muhamar al-Gaddafi è venuta a prelevare me e i miei colleghi studenti. Ci hanno portati nel deserto ai confini con la Tunisia e ci hanno obbligati ad arruolarci nel corpo che chiamano “i guardiani della rivoluzione”. Abbiamo subito un addestramento duro di una settimana, i caporali della milizia erano molto severi. Parecchi di noi sono stati frustati. Ci hanno portato ad assistere a una esecuzione sommaria di alcuni soldati del rais che si erano rifiutati di obbedire agli ordini. Si erano rifiutati di sparare sulla folla in rivolta. Erano tutti con le mani legate dietro la schiena e in ginocchio. Ad uno ad uno sono stati giustiziati con un colpo di pistola alla nuca da un ufficiale della milizia. Ci hanno detto che questa è la fine per i traditori. Hanno sfilato loro gli anfibi dai piedi e ce li hanno consegnati. Dicono che ci serviranno. Dopo l’addestramento ci hanno portati prima a Zliten e poi a Misratah, per distruggere “il covo di cani rabbiosi” come dice il Colonnello. Ci hanno detto di sparare sui nostri fratelli, Dio ci perdoni. Per un po’ l’abbiamo fatto. Poi è successa una cosa. Un nostro compagno, Mustafa, ha fatto un prigioniero, ha scoperto un ragazzino con una bottiglia piena di benzina. L’ufficiale gli ha ordinato di sparare. Mustafa, l’ha guardato negli occhi. Lo conosco Mustafa, abbiamo studiato insieme. Ha due fratelli più piccoli della stessa età del suo prigioniero. Non ha obbedito. Il graduato ha sparato una raffica a lui e al suo prigioniero. Ho fissato la faccia di Mustafa. Un rivolo di sangue gli usciva dalla bocca, gelata in una espressione di paura. Stava lì per terra, immobile, come se abbracciasse il cadavere del ragazzino. Allora, con l’aiuto di Dio, ho capito chi era il mio nemico. Sono uscito allo scoperto. Mi sono lanciato in una corsa senza prendere fiato verso le posizioni degli shebab, protetto da una nuvola di fumo sollevata dai colpi dell’artiglieria pesante. Urlavo di non sparare e agitavo un fazzoletto. Un cecchino mi ha colpito ala gamba sinistra prima che riuscissi ad arrendermi. Ho strisciato nella polvere dietro alla carcassa di un tank. Mi hanno caricato su un pick-up e mi hanno portato in ospedale. Sono qui su una barella rossa, aspetto che venga un chirurgo. Fisso con lo sguardo i miei anfibi. Sopra ci sono ancora le macchie di sangue di Mustafa, il mio amico. Ma sono vivo, grazie a Dio. Allah è grande. Ho sentito un gemito dietro di me. Su una sedia c’è un ragazzo più o meno della stessa mia età. I lealisti del rais l’hanno colpito a una spalla. Non è un soldato di professione, si vede da come si lamenta, da quello che dice. Gli parlo, mi risponde. Si chiama Yussouf, viene da Bengasi, anche lui studia ingegneria.

© Stefano di Stasio / Invito alla scrittura / Seconda lezione

Torna a www.edizionispartaco.it

Invito alla scrittura 1 …si scrive ogni volta per qualcuno…

Torna a www.edizionispartaco.it

SPARA DRITTO AL CUORE

di Carmen Moccia

- Bisogna che qualcuno glielo dica …

- Sai bene che potrebbe star male!

- Bastano poche parole, una in particolare …

- Non contare su di me … non dirò nulla!

- Sei il solito osso marcio da buttar via. Senza midollo, che si tira indietro alla prima occasione.

Ecco che parlano di me. Ignorano che sono in casa, credono che sia ancora fuori e invece sono qui, alla mia scrivania, lo sguardo perso nel vuoto alla ricerca di un pensiero fisso al quale ancorare una vita intera.

Da diversi anni sento sempre la stessa voce che si rincorre all’impazzata nella mia mente: Vergognati.

Dovrei scompormi, cedere al dolore, ma perché? Forse a vergognarsi dovrebbero essere proprio loro. È facile manifestare indifferenza, ma è davvero così? Davvero non m’importa?

Sto male, invece. Vorrei gridar loro tutta la rabbia che ho dentro, scuotere tutto, mettermi a nudo al loro cospetto, denudarmi da ogni bugia, costruita ad arte solo per nuocermi. Ma varrebbe a poco!

È così radicata la convinzione che io debba fuorviare che nulla servirebbe a smentirli.

Vergognati!

Mi ritorna, dopo tanti anni con la stessa forza, ogni volta che la vita mi chiede di sorridere, di mostrarmi per ciò che sono. Mi ritorna anche se credevo di aver imparato a tenerla buona, di saperla dominare. Mi ritorna e non so contenerla nello spazio dell’ignoto, non riesco ad arginarla, entra dentro e mi scava in profondità. Allora prendo una penna. Disegno un cerchio. Sarebbe bello riuscire a contenere la voce in quello spazio. Liberare la mente e i ricordi, e versarli tutti al centro del cerchio e magari ferire la voce e tutto quanto, con quello che sono oggi. Non c’è niente davvero per cui debba vergognarmi, eppure…

Un cerchio in cui veicolare tutto ciò che non mi piace. O forse sarebbe meglio imparare a sparare, potrei prendere il patentino. Andare al tiro a segno e immaginarci un volto, una persona, così da liberare lo spirito dai ricordi dolorosi. Chissà se mio padre faceva lo stesso?!  Si alzava presto la mattina con la scusa di andare a caccia. Lasciava tutti addormentati, con le bocche impastate di sonno e usciva. Andava a sparare agli uccelli  o a scacciare pensieri? Vorrei che fosse in vita per chiederglielo! Gli direi: Papà, ma tu a chi volevi  sparare … di quale pensiero volevi liberarti?

Chissà cosa avrebbe risposto?! Magari provo a scriverlo, la sua anima potrebbe vagare per la stanza e leggerebbe cosa ho da dirgli!

Mi piacerebbe essere come lui. Forte. Anche nell’essere morto. S’impone alla mia memoria, giorno dopo giorno, con la stessa forza con cui mi scuoteva dall’ordinario, quando era in vita. A dispetto degli altri. Insignificanti, ma sempre pronti a tirar sentenze, su di me, piccolo insetto da schiacciare alla bisogna. Li vedo ancora in cucina, a parlare di me, a tirare a sorte, a scegliere chi debba dirmi che così non va … che non bisogna chiedere i jeans nuovi … non c’è ricchezza per me, solo  miseria. Grande miseria. Ma non materiale, di spirito. Non si può privare un essere umano della dignità di crescere libero da pregiudizi, no. Non si può marchiarlo per qualcosa che potrebbe compiere, ma che con tutta probabilità non farà mai. Davvero non si può!

Torna a www.edizionispartaco.it

Fare e disfare: note su un laboratorio di lettura e scrittura

Torna a www.edizionispartaco.it

di Paolo Graziano

Certe volte un laboratorio di scrittura può riservarti delle sorprese. Cominci con il tuo piccolo bagaglio di pregiudizi, appronti un programma ordinato di letture e ti ritrovi a saltare di palo in frasca, da Carver al Talmud; ti aspetti di incontrare qualche grafomane velleitario e invece discuti, sera dopo sera, con persone intense e appassionate. Prosegui la lettura »